Ma Quanto Mi Costi

26 03 2010

L’importazione di giochi da mercati esteri, ed in particolare Usa e Giappone, è stata il cavallo di battaglia di molti retailer indipendenti sin dalla notte dei tempi. Una moda lanciata da marchi storici che dava la possibilità a tutti gli appassionati di provare titoli che, nella maggior parte dei casi, sarebbero arrivati in Europa solo mesi dopo o, addirittura, mai distribuiti (succede ancora oggi).

Fino a diversi anni fa, quando ancora internet non era diffuso come oggi, risultava difficile per la gente rendersi conto di quanto effettivamente un gioco proveniente dal Giappone potesse costare, cosa che invece ora è alla portata di tutti. Basta andare in un sito di riferimento qualsiasi (playasia.com su tutti), convertire lo yen in euro e il gioco è fatto.

Questa, ovviamente, è un’informazione decisamente parziale e una questione che spesso mi viene sottoposta riguarda proprio la differenza enorme di prezzo che si viene a creare tra il gioco distribuito in Giappone/Usa e quello venduto qui da noi. Spesso ci si becca la classica frase “siete dei ladri” o “faccio prima a comprarmelo direttamente là”, purtroppo la conoscenza di come funziona un’importazione è decisamente bassa e non è veramente mai facile convincere la gente che un’azienda che fa questo tipo di lavoro ha molti più passaggi, anche a livello economico, da sopportare.

Partendo dal presupposto assodato che il margine medio su di un videogioco è sempre molto basso, questo aspetto assume valore ancora maggiore quando si tratta di un’importazione. Il perchè è presto detto, basta dare un’occhiata alla procedura che un’azienda seria (mi raccomando, sottolineatevi questa parola) deve seguire:

  1. Trovare un fornitore serio che possa applicare prezzi di rivendita umani (cosa difficilissima);
  2. Cercare un corriere che applichi buone tariffe (scordatevi raccomandate o poste varie, il servizio viene prima di tutto, specialmente in un settore dove l’attesa non è quasi mai accettata);
  3. Acquistare minimo tra i 20 e i 30 pezzi (assortiti e non) in modo da ammortizzare i costi di spedizione;
  4. Consegna dei codici di sdoganamento al corriere per procedere all’operazione di calcolo dazi ed iva;
  5. Acquisto bollini SIAE per regolarizzare la vendita;

Tenendo anche conto del cambio spesso variabile possono capitare spedizioni con incidenze anche del 30/40% sul prezzo di rivendita iniziale del prodotto, una base di partenza già superiore al prezzo di vendita al pubblico nei paesi di origine.

A questo punto sta alla direzione interna all’azienda decidere quale ricarico applicare al prodotto e sperare così che la vendita possa coprire il costo dell’investimento (la clientela a volte è schizzofrenica, bastano 4/5 prenotazioni annullate e sono guai!) e raggiungere così un onesto guadagno.

Come si suol dire, è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo dovrà pur fare.





Diamo a Cesare Quel Che è Di Cesare

13 03 2010

Sui distributori italiani se ne potrebbero dire a milioni e non sarebbero mai abbastanza, d’altra parte, non bisogna essere un esperto per capire che qualcosa non va. Bisogna però ammettere che la tanto odiata (da loro) importazione parallela made in UK di cui tutti parlano e che si manifesta di solito con prezzi al pubblico decisamente più bassi rispetto ai nostri, ha una sua storia dietro non tanto nascosta.

Molti mi chiedono spesso il perchè di questa differenza e, a pensarci bene, i motivi sono veramente semplici da elencare:

  • Svalutazione della sterlina
  • Fiscalizzazione differente

Il primo punto viene troppo spesso ignorato ma è alla base della caduta libera dei prezzi al pubblico di prodotti quali videogiochi ma anche elettrodomestici, high tech generico, televisori e molto altro ancora. Quello che, al cambio di qualche anno fa, veniva a costare esattamente come in Italia (se non di più) ora, in media, perde dai 15 ai 25€. E’ di qualche mese fa la notizia che i distributori inglesi, in particolare Nintendo, stessero pensando di aumentare il prezzo di vendita al pubblico in modo da rientrare in quella fascia di prezzo che, ad oggi, rimane decisamente lontana.

Il secondo aspetto è sicuramente quello meno conosciuto ma anche più influente sulla politica di vendita che viene adottata da questi, ormai famosi, e-commerce. Prendiamo ad esempio il sito play.com, uno dei primi insieme a cdwow.com, a lanciare la moda dei prezzi stracciati e spese di spedizione gratuite. La sede legale dell’azienda che possiede il dominio è a Jersey, una piccola isola posta nel Canale della Manica, con governo autonomo, quindi in grado di applicare leggi fiscali differenti da quelle adottate nel Regno Unito. L’isoletta in questione è anche classificata ed inserita nel database dei paradisi fiscali redatto dalla OCSE con oltre 30.000 società offshore registrate.

Facciamo uno più uno ed ecco spiegato il perchè di questa grossa differenza tra i nostri prezzi e i loro. Girando per l’Europa, appena possibile, cerco sempre di raggiungere un negozio specializzato così da farmi un’idea del prodotto trattato, come viene venduto e soprattutto a che prezzo. Non mi è mai capitato di trovare cifre inferiori a quelle qui presenti, anzi a volte anche superiori.

I distributori nostrani hanno ernomi colpe, politiche discutibili e pretese spesso eccessive, ma non possiamo certo ignorare che in questo caso specifico, la concorrenza (questa volta estera), si è data decisamente “da fare”.








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